Giornata mondiale del volontariato

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Domenica 5 dicembre ricorre la Giornata mondiale del volontariato, una ricorrenza voluta da una risoluzione delle Nazioni Unite.

Vi proponiamo la testimonianza della nostra ex volontaria Chiara del Grosso, in questo articolo pubblicato nell'edizione autunnale della nostra rivista.

La danza del piccolo Masai

di Chiara del Grosso

Mi sveglio abbastanza presto, guardo il telefono ancora assonnata, 05:10, e verifico la mia mailbox. Ho appena ricevuto una e-mail dalla Croce Verde Lugano con l’assegnazione dei consueti turni mensili e al momento non rientro ancora nella pianificazione dei turni post Covid.
Non comprendo bene le sensazioni che provo dentro di me, confusione sicuramente, non capisco se malinconia o accettazione di un prossimo cambiamento.
Da piccola le sirene dell’ambulanza mi facevano paura, perché vedevo la mamma soffrire quando le sentiva e stavo male per lei. Allora mi tappavo le orecchie per annullare il loro grido nella mia testa, sperando che in questo modo, potessero svanire presto, soprattutto per lei. Oggi quando sento quelle sirene, da vicino o da lontano che siano, sorrido senza alcun timore e penso con speranza alla vita. Da quando ho iniziato la mia esperienza di volontaria sulle ambulanze luganesi, tutto ha acquistato un significato completamente diverso e quel suono che mi terrorizzava da piccola è diventato un inno alla vita.

Ho iniziato il mio percorso di volontaria in ambulanza 13 anni fa, quando troppo tardi ho realizzato di voler fare il medico, per trovare il giusto compromesso fra la mia professione e il mio sogno irrealizzato; e mi sono ritrovata a vivere in questa nuova magnifica avventura, che più che un’esperienza in senso stretto è diventato un viaggio di vita in una dimensione nuova, non visibile a chi non lavora in questo settore, un viaggio ai confini dell’esistenza dell’essere umano e di se stessi.
E mi ritrovo nel letto a riflettere, perché sto meditando cosa fare, forse perché è giunto il momento per me di fermarmi un attimo nella corsa frenetica di questi ultimi anni, me lo sta dicendo il mio corpo. La mente mente, il corpo mai.
Ho sempre tratto il massimo della soddisfazione dalla CVL; a chi mi chiede che tipo di sensazioni io possa trovare soccorrendo le persone rispondo che ho sempre trovato più gioia che dolore, più momenti positivi che tragici e chissà per quale strano arcano, anche tante sane risate fra compagni di equipe. Perché quando lavori a stretto contatto con la Nera Signora, l’essere umano trova qualsiasi espediente per esorcizzarla e per essere grato alla vita il più possibile, riconoscendone il suo valore.

E penso a quel famoso intervento che riassume i miei anni in CVL.
Era estate, faceva tanto caldo.
Veniamo contattati dalla Centrale Operativa per un’urgenza: sulla scheda paziente leggiamo “arresto respiratorio”; è un codice rosso. Ci precipitiamo in ambulanza entro 90 secondi, come da direttive, usciamo dalla sede e come al solito il fiume indomabile del traffico si apre come per magia al suono delle nostre sirene; è sempre una strana sensazione avere la precedenza assoluta nella congestione della città, perché solo in quel momento tutto è lecito, fra slalom, strade in contromano e semafori rossi bruciati; niente e nessuno può arrestare la corsa di un’ambulanza, perché anche solo quindici secondi possono stabilire il passaggio “più o meno” forzato verso l’Altro Mondo.
Ricordo come fosse ieri quello che ho provato in quell’intervento; avevo avvertito subito timore per la tipologia del caso e per la giovane età del paziente: 16 anni.
Nel corso degli anni in CVL ho imparato a congelarmi emotivamente durante gli interventi, per mantenere la massima concentrazione.
Ricordo che l’autista dell’ambulanza stimò circa 20 minuti di tempo per arrivare sul luogo dell’intervento e fra sirene spiegate, accelerate e curve a gomito, non scorderò mai la mia nausea fortissima e sempre più prepotente.
Riceviamo un aggiornamento dalla Centrale Operativa sul video dell’ambulanza e, maledizione, leggo un cambiamento di stato improvviso: da arresto respiratorio ad arresto cardiaco. Rimango in silenzio, tutti rimaniamo in silenzio, ma è come se ognuno di noi parlasse fortissimo, tanto forte da sentire solo un gran fragore: è la voce della paura di non farcela ad arrivare in tempo.
Passano lunghi interminabili minuti, la mia nausea è alle stelle, il mio colorito particolarmente sofferente ma non ho tempo di stare male, non posso permettermelo.
E finalmente arriviamo sul posto.
Ci lanciamo fuori dal veicolo in una corsa disperata per raggiungere il paziente; con gli zaini pesantissimi sulle nostre spalle, i nostri sacchi pieni di speranza e, con l’elettrocardiogramma che mi pesa sull’anca, saltiamo su gradini, scavalchiamo cancelli, attraversiamo siepi, corriamo fra i viottoli, quando finalmente arriviamo sul paziente.
Vedo in lontananza i piedi, pare sia steso sull’erba nel giardino di una villa.
Eccoci.
Ci siamo.
E... rimango pietrificata.

Mi aspettavo di vedere il classico 16 enne, 1.70m, un po’ smilzo, con baffi molli e acne, cresciuto a felpe e social; e invece ciò che vedo è un piccolo cucciolo africano, che all’apparenza invece sembrava avere 7 o magari 8 anni, minuscolo, visibilmente denutrito. Mi scoppia il cuore di commozione ma tengo la diga emotiva solida come sempre. Serve la borsa pediatrica perché il paziente è davvero piccolo, l’abbiamo lasciata sul veicolo; mentre uno di noi corre a recuperarla, inizia la frenesia dell’applicazione del protocollo “arresto cardiaco pediatrico”.
Non posso assolutamente permettermi di distrarmi, nemmeno quando noto che il mio collega volontario al mio fianco trema come una foglia, è sconvolto. Forse lo siamo tutti.

In ambulanza ti trovi faccia a faccia con la tua storia di vita, con i ricordi che custodisci dentro di te e qualsiasi intervento può far sortire emotivamente delle reazioni imprevedibili da parte di ognuno di noi. In realtà sono proprio questi interventi che ti consentono di fare il famoso salto quantico, andando a rivivere e magari a curare le tue di ferite, i nostri squarci emotivi.

Ricordo che per un momento tutto si arrestò, non sentii più nulla per qualche secondo, vidi il labiale del medico e dei professionisti pronunciare qualche cosa in maniera concitata, ma le mie orecchie non sentivano più nulla. Ero totalmente sorda. Tutto pareva rallentato. Mi sentii in una bolla di sapone in cui osservavo il bimbo, magrissimo, dal viso scavato e dai polsi minuscoli. Quanto erano minute anche le sue caviglie. Il suo sguardo era vitreo e fisso, pareva una scatola disabitata da un carillon muto, non vi era traccia alcuna della sua anima nel corpo.
Mi ridestai all’improvviso, penso di essere rimasta assorta nei miei pensieri per forse al massimo tre secondi, che però sembrarono infiniti.
Concentratissima, iniziai ad eseguire le istruzioni alla meglio.
Ok, adesso sono io al massaggio cardiaco.
“Dai!!!”, grida la mia mente.
Eseguo il ciclo che mi compete con una forza e un coinvolgimento enorme, mentre massaggio il piccolo, fisso i suoi occhi aperti, ma sempre vuoti; lo guardo e prego, prego Dio, Allah, Ganesh, Thor, prego Buddha, prego la Natura, prego l’Universo, prego Horus e qualsiasi entità superiore esista, sacra o profana che sia, prego affinché il bimbo possa ritornare fra noi. Termino i cicli e supporto nella preparazione dei farmaci.
“Piccolo, ti prego torna qui dai!” gli grido con la mia mente, fissando i suoi occhi semi aperti, sperando che mi possa sentire. Ma gli occhi sono vuoti. Totalmente vuoti.
Ritorno a massaggiare il piccolo, continuo, eseguo compressioni il più efficaci possibili, come un automa, sperando di intravedere quel barlume di vita nelle sue pupille. Ma non lo vedo. Lo stiamo massaggiando da oltre 20 minuti, è tanto tempo, troppo e temo che il medico dichiari il decesso.
“Dai piccolo, ti prego!!!”, strilla la mia mente.
E mentre continuo a schiacciare le sue costole, mi sembra di percepire sopra la mia testa una sensazione inspiegabile, mi sembra di sentire la sua anima che gira in tondo, senza chiarezza, senza destinazione, apparentemente, sul suo destino. Un’altra anima che non capisce dove andare.
Rimango concentrata, mentre il medico accede alla femorale per somministrargli un farmaco.
“Ti prego, daiii, torna fra noi”, gli grida la mia mente.

E a un certo punto accadde l’inspiegabile.

Sento sotto alle mie mani un balzo enorme che mi spaventa. Non capisco che diavolo sia, o meglio lo intuisco ma mi sembra impossibile; ne sento un altro dopo un po’, sono confusa, non ho così tanta esperienza di rianimazioni pediatriche. All’improvviso accadde davvero quello che basterebbe per giustificare 13 anni di servizio, notti insonni in ambulanza con riunioni importanti alle 8:00 di mattina dell’indomani.
A un certo punto accadde proprio quello che succede nei film: gli occhi del piccolo, sempre aperti come prima, si riempirono di uno scorrere fino a quel momento assente, un libero fluire pieno di vita. “C’è polso!” gridò il medico.
E lo Shen tornò ad abitare il corpo del cucciolo.

Ricordo quel momento come se fosse oggi, ricordo il mio cuore impazzire di gioia. Dopo 24 minuti e 36 secondi l’anima del minuscolo essere tornò nel suo corpo ed io fui testimone di quel momento incredibile. Giorni dopo appresi che il piccolo venne operato a seguito del suo arresto e l’intervento andò molto bene; scoprii inoltre che da grande voleva fare il medico per guarire tutti gli abitanti del suo villaggio in Africa da una triste malformazione cardiaca congenita diffusa.

Quando è il tuo momento è il tuo momento. Qualcuno decide sempre chi sia il prescelto nel passaggio verso il Valhalla o chi non abbia ancora terminato il proprio cammino sulla terra, come è successo al piccolo Masai.
Non penso sia possibile riuscire a descrivere ciò che ho provato quel giorno, ma forse, trasformandola in musica, mi sovviene una canzone meravigliosa che potrebbe spiegare attraverso le sue note, in un crescendo virtuoso, l’emozione enorme che ho provato durante questo intervento a dir poco incredibile. La canzone dura 9:34 minuti, è da ascoltare in un momento di tranquillità, assolutamente fino alla fine: si intitola “Ara Batur” dei Sigur Ros. Pura poesia.
Tutto il resto è il mistero della vita e dell’Aldilà.

Mi giro nel letto. Dormo ancora un po’, lasciare l’Ambulanza sarà difficile. Ci penserò ancora un mese.

 

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Dopo averci pensato ancora un mese, Chiara ha terminato la sua esperienza di Soccorritrice volontaria con Croce Verde Lugano. La ringraziamo di cuore di questa sua preziosa testimonianza, per aver saputo trovare le parole giuste nel raccontarci le sue emozioni e per l’impegno e la dedizione durante i suoi tredici anni di servizio.

 

 

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